È passato poco più di un mese dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, ma la nuova amministrazione americana pone già l’alleanza con l’Europa davanti a una sfida complessa, tirando in ballo anche i rapporti commerciali. La relazione economica tra i due partner è la più integrata al mondo, ma è adesso messa a dura prova dagli annunci di onerosi dazi che colpirebbero le importazioni americane dall'Unione europea, con precise conseguenze sulle opportunità commerciali e i prezzi al consumo.
I dazi sono tasse sulle importazioni di beni provenienti da altri Paesi. Possono avere diverse funzioni: proteggere l’industria nazionale, generare entrate per il governo o come strumento di ritorsione contro pratiche commerciali ritenute sleali (Council on Foreign Relations).
L’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) regola l’uso dei dazi per evitare discriminazioni tra Paesi. Tuttavia, i governi possono introdurre tariffe in risposta a pratiche commerciali sleali, come i sussidi statali o il dumping, cioè l’applicazione di prezzi inferiori a quelli applicati nel mercato di destinazione o addirittura al di sotto dei costi di produzione (Eco).
Dazi e protezionismo negli Stati Uniti: dalla prima presidenza Trump a Biden
Nel 2018, durante il suo primo mandato alla Casa Bianca, Donald Trump impose dazi su centinaia di miliardi di dollari di importazioni, colpendo soprattutto la Cina. Ma le tariffe non si limitarono a Pechino: furono estese anche all’acciaio (25%) e all’alluminio (10%) provenienti da alleati storici come l’Unione europea e il Canada, provocando immediate ritorsioni. Gli effetti si fecero sentire anche negli Stati Uniti: se da un lato alcuni settori, come quello siderurgico, beneficiarono della protezione, dall’altro i costi più elevati delle materie prime pesarono sulle imprese manifatturiere, con un impatto negativo sull’occupazione.
Joe Biden, una volta alla Casa Bianca nel 2021, non rimosse le tariffe contro Pechino ma le sospese per gli alleati occidentali. Tuttavia, anche la sua amministrazione fece ampio uso dei dazi, in particolare nel settore tecnologico e delle energie rinnovabili, mantenendo un’impostazione protezionista.
Il secondo mandato di Donald Trump si è aperto con una serie di annunci che hanno riacceso lo scontro commerciale (Dw). Prima ha istituito un prelievo del 10% su tutte le importazioni dalla Cina (Ap) e poi ha adottato dazi del 25% su Canada e Messico - con cui pure esiste un accordo di libero scambio nordamericano -, inizialmente sospesi per un mese (Cnn), fino a ventilare prelievi del 25% anche sull’import dall’Unione europea (Guardian).
L’obiettivo dichiarato è ridurre il deficit commerciale americano, ma oltre alle ragioni economiche Trump utilizza la leva commerciale anche per perseguire finalità politiche e di sicurezza nazionale: i dazi su Canada e Messico sono stati presentati come un mezzo per ottenere concessioni su temi come l’immigrazione e il controllo della droga.
Gli economisti, tuttavia, avvertono che il costo della nuova strategia tariffaria ricadrà in larga parte sui consumatori statunitensi. I dazi rendono i prodotti importati più costosi, spingendo le aziende americane a cercare alternative nazionali che spesso hanno prezzi più alti. Questo si traduce in un aumento generalizzato dei prezzi per i consumatori. Gli effetti sono stati evidenti già nella prima presidenza Trump, quando l’imposizione di tariffe su prodotti cinesi e materie prime industriali portò a un aumento dell’inflazione e a un calo del potere d’acquisto delle famiglie. Alcuni studi hanno dimostrato che l’impatto è stato maggiore per le fasce di reddito medio-basso, che hanno visto aumentare i costi di beni di largo consumo.
Una volta introdotti, i dazi tendono a diventare permanenti, avvertono gli analisti. Questo perché le industrie protette si organizzano per mantenerli, facendo pressione sui governi affinché non vengano rimossi. Inoltre, le aziende si adattano ai nuovi scenari di mercato, creando nuove catene di fornitura e investendo in produzioni nazionali, il che rende economicamente svantaggioso tornare indietro. Infine, i dazi si trasformano spesso in strumenti di politica estera, usati come leve negoziali, rendendo difficile un ritorno alle regole precedenti.
Secondo Eurostat - come spiega questa ricognizione del servizio studi del Parlamento europeo -, nel 2023 l’Unione europea ha registrato un surplus commerciale di 157 miliardi di euro con gli Stati Uniti per quanto riguarda lo scambio di beni, mentre nei servizi il saldo è stato negativo per 109 miliardi di euro. Si tratta di una relazione tutto sommato bilanciata, hanno sottolineato dalla Commissione europea in reazione alle minacce di Trump. Se gli Stati Uniti dovessero imporre nuove tariffe sui prodotti europei, il rischio sarebbe un forte calo della competitività per molte aziende del continente.
La politica commerciale è una competenza esclusiva dell’Ue e, di fronte a una nuova ondata di protezionismo americano, Bruxelles ha diverse opzioni. La prima è la via diplomatica: Bruxelles potrebbe tentare un negoziato per evitare un’escalation, ad esempio aumentando gli acquisti di gas naturale ed equipaggiamenti militari con l’intento di ridurre il deficit commerciale sui beni, oppure abbassando il dazio del 10% esistente sull’import di auto dagli Usa (Politico). Ma se la diplomazia non bastasse, l’Europa potrebbe rispondere con tariffe mirate su prodotti americani iconici, come accadde nel 2018, quando vennero colpite merci simboliche come motociclette Harley-Davidson, bourbon e jeans Levi’s. La logica fu colpire settori chiave in Stati politicamente rilevanti per i repubblicani, cercando di mettere pressione sulla Casa Bianca attraverso il Congresso.
Gli Stati Uniti, come dicevamo, hanno un vantaggio commerciale nello scambio dei servizi - in particolare tecnologici e finanziari -, ma colpire questo comparto rappresenterebbe un alto rischio per l’Europa. L’Ue ha già una regolamentazione tra le più avanzate al mondo sui mercati digitali avversata dalle Big Tech di Oltreoceano, ma se decidesse di prendere espressamente di mira i servizi americani nella sua rappresaglia potrebbe scatenare un’escalation con conseguenze difficili da gestire. Inoltre, molte aziende europee dipendono da servizi statunitensi per le loro operazioni quotidiane: misure troppo aggressive potrebbero danneggiare più l’Ue che gli Usa.
Un’altra possibilità è l’attivazione per la prima volta dello strumento anti-coercizione, introdotto dall’Ue nel 2023 per contrastare misure economiche coercitive da parte di Paesi terzi. Questo meccanismo consentirebbe all’Unione di reagire non solo con dazi, ma anche con restrizioni su investimenti e accesso agli appalti pubblici (Centre for European Reform).
Il ritorno dell’agenda protezionista di Trump rischia di colpire pesantemente le esportazioni europee, in particolare i settori più esposti al mercato statunitense come l’automotive e il farmaceutico. Se l’amministrazione americana dovesse procedere con l’istituzione di nuovi dazi, l’Ue dovrà decidere se cercare un compromesso oppure optare per la rappresaglia adottando misure altrettanto forti. In ogni caso, si tratta di un cambiamento radicale per le relazioni transatlantiche, dopo i decenni di stabilità e cooperazione che hanno fatto seguito al secondo dopoguerra, come abbiamo già raccontato nell’approfondimento sull’impatto della seconda presidenza Trump sulla Nato e la difesa.